Incontro con Pierre-Luc Granjon

Il mestiere dell'animatore

Sabato 15 marzo 2014 | Sala alla Porta S.Agostino | dalle ore 15.30

INCONTRO con PIERRE- LUC GRANJON

dalle ore 15.30 Visita guidata alla mostra "Nel regno di Pierre-Luc Granjon" e "Il mestiere dell'animatore": incontro con il regista, sul suo lavoro, dall'ideazione alla costruzione dei personaggi, dalla regia alla scelta delle musiche.

Ingresso gratuito, fino ad esaurimento posti.
Incontro a numero chiuso. Prenotazione obbigatoria via mail a: formazione@bergamofilmmeeting.it

Pierre-Luc Granjon
Personale Bergamo Film Meeting 2014

Dopo aver studiato storia dell’arte a Ginevra, Pierre-Luc Granjon si iscrive alla Scuola di arti applicate di Lione. Alternando i ruoli di modellista, animatore e scenografo realizza nel 2001 il suo primo cortometraggio, Petite escapade, in plastilina e disegno animato, che vince il Gran Premio del Festival di Seul.
Nel 2004 firma Le Château des autres e si lancia nel découpage con L’Enfant sans bouche. Creativo artigiano di immagini animate, si impegna poi in una tetralogia (L’Hiver de Léon, Le Printemps de Mélie, L’Eté de Boniface e L’Automne de Pougne), popolato di personaggi fortemente caratterizzati immersi in un inverno medievale la cui estetica richiama quella delle miniature.
Attraverso diverse tecniche di animazione (plastilina, disegno animato, découpage), Pierre-Luc Granjon racconta storie ad un tempo semplici e forti, che penetrano nelprofondo delle emozioni nell’infanzia.
Il suo universo assolutamente personale è popolato di piccoli sognatori. Il suo ultimo film La Grosse Bête è stato presentato in anteprime al Festival di Annecy la scorsa primavera.

«Pierre-Luc Granjon è un cineasta discreto. Nella foto di classe dei giovani registi francesi di animazioni si faticherebbe a distinguerlo, se non lo tradisse quel suo sguardo attento che mantiene per così dire una certa distanza tra lui e ciò che lo circonda. Contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, non esce da una scuola di cinema d’animazione. Dopo il diploma della Scuola di arti applicate di Lione, inizia la sua attività professionale alla fine degli anni Novanta lavorando come scenografo, scultore e modellista per diversi cortometraggi e per una serie TV per bambini, Hilltop Hospital, realizzata in animazione di plastilina da Pascal Le Nôtre per la casa di produzione Folimage di Valence. Il suo desiderio di misurarsi con la regia è tale che già nel 2001 realizza il suo primo cortometraggio, Petite escapade, prodotto da Folimage, selezionato in concorso ad Annecy e vincitore del Gran Premio del Festival di Seul. Un film che già porta l’impronta di un autore a parte. Sotto l’apparenza di un film per bambini con una trama quasi insignificante, Petite escapade si può considerare come la prima tappa di una maieutica attraverso cui l’autore inventa il proprio progetto cinematografico. Il marinare la scuola è contemporaneamente tema e metafora di questo processo.

Un bambino conla cartella in spalle esce dalla sua casa sperduta in mezzo al bosco. Un Pollicino sognatore che ben presto dimentica la strada che porta a scuola per arrampicarsi sull’alto ramo di un albero per osservare quel che accade oltre un muro e disegnare… La sceneggiatura è costruita con una parsimonia di mezzi che lascia spazio all’interpretazione. Il film può essere visto innanzitutto come l’itinerario di un bambino solitario, animato da una bella immaginazione grazie alla quale la quotidianità più banale – il semplice sfilare dei passanti su un marciapiede – assume i contorni di una fiaba. Sul quaderno di scuola il bambino ridisegna la realtà ad immagine e somiglianza del suo mondo interiore, e questa realtà si anima e prende vita nel movimento, sul filo del commento della voce fuori campo – la suo voce interiore. Questo “racconto nel racconto” che funge da epilogo ci dice contemporaneamente due cose: che è col disegno che il taciturno protagonista si esprime, e che è tramite lo “spostamento” della realtà che l’arte – e quindi il cinema – agisce. E del resto, nella piccola fuga del titolo non dovremmo vedere una prima incursione, quasi clandestina, del giovane artista Pierre-Luc Granjon nel territorio della regia? Perché nonostante la distinzione tra i punti di vista dello sguardo del bambino e dell’occhio della macchina da presa venga accuratamente esposta, fin dall eprime immagini dei titoli di testa esiste una collusione del regista col suo personaggio. Un disegno infantile compare sulla superficie di un quaderno di scuola e, come animato da un proprio desiderio di vita, scrive il titolo del film, come a dichiarare che il racconto è quello di un bambino. Ma è evidente che l’infanzia è un sotterfugio, una pelle d’asino sulle spalle del regista.

Messa così in scena, l’identificazione del personaggio col regista-narratore prosegue nei due cortometraggi seguenti, Le Château des autres e L’Enfant sans bouche (entrambi del 2004), annunciando un’opera scritta in prima persona ma il cui progetto pure non è autobiografico: è il cinema stesso ad esser visto da Pierre-Luc Granjon attraverso il prisma dell’infanzia, non il contrario. Le Château des autres appartiene ancora al periodo “muto” di Pierre-Luc Granjon. Questa volta, la “fuga” è collettiva e regolamentare: un gruppo di bambini, durante una gita scolastica, visita un castello e giocando si sparpaglia nelle scale e nei labirintici corridoi dell’edificio. Il piccolo eroe di Pierre-Luc Granjon è rimasto isolato, rapito dalla sua immaginazione che ben presto ridisegna i luoghi commisurandoli alla sua crescente paura. Il piccolo taciturno scappa, abbandona il “castello degli altri” per rifugiarsi nel parcheggio dei pullman. Come Petite escapade, di cui è lo specchio, il film contrappone due universi: ilprimo raffigura uno scenario da fiaba (il bosco, il castello); l’altro uno spazio contemporaneo quasi astratto (una strada, un parcheggio). Ma se Petite escapade operava un rovesciamento facendo del bosco misterioso l’ambiente noto e familiare e di un pezzo di marciapiede un luogo estraneo, Le Château des autres sul tema dell’estraneità compone una partitura più complessa. Il trattamento espressionistico del castello gli conferisce i contorni di un universo mentale, quello del bambino, che diventa sempre più opprimente col progredire dell’incursione degli “altri”. In definitiva è come se il bambino diventasse estraneo a quella fortezza, come spossessato di sé. La fuga da quel luogo intimo che è diventato il castello degli altri traduce bene l’idea dell’alienazione, per cui l’individuo deve esteriorizzarsi per giungere alla consapevolezza di sé. Il questo processo ha un ruolo essenziale la parola, la cui acquisizione è oggetto del terzo cortometraggio di Pierre-Luc Granjon, L’Enfant sans bouche.

Come sempre, il nucleo narrativo del film corrisponde al suo nucleo estetico. Per rompere con il mutismo del suo personaggio, il regista ricorre alla voce della fiaba. Fuori campo, questa voce è quella di un bambino che racconta al passato una storia che gli è accaduta. L’anteriorità dell’immagine rispetto alla voce è quindi posta fin dall’inizio. Questa volta, il piccolo personaggio di Pierre-Luc Granjon è inserito in un contesto familiare: padre/madre, gatto/cane. In questo sistema duale il bambino si trova solo, prigioniero del suo mutismo. Dovrà decidersi a parlare e, per farlo, a disegnarsi una bocca commisurata alle orecchie del coniglio, un perfetto alter ego che lo ascolti. Una grande bocca che, aprendosi, emette un torrente ininterrotto di parole troppo a lungo represse. Ancora una volta, la parola procede dal disegno ma finalmente le bocche si schiudono sullo schermo, prefigurando per il prosieguo dell’opera di Pierre-Luc Granjon la fase del racconto con dialoghi.

Le Loup blanc (2006) segna la fine di un ciclo. Nel momento in cui nell’opera di Pierre-Luc Granjon compare la forma dialogata, la figura del protagonista si attenua dando luogo a una coppia, due fratelli complici nel gioco e nell’immaginario. Il coniglio si è trasformato in bambino? Intanto, il regista si è trasformato in narratore di fiabe. Lo spazio che ormai occupa tutta la scena è proprio quello di una fiaba: una casa, una famiglia, un bosco e, come è d’obbligo, un lupo, gigantesco. Il racconto si riallaccia alla crudeltà insita nelle fiabe che non attenuano ma anzi denunciano il mondo degli adulti e dei bambini. Uccidere. Mangiare. Essere mangiati. La testa di un coniglio mozzata sotto gli occhi di bambini. O l’“assassinio” del lupo. E sottesa la forza del non-detto che evoca – modificandone al tempo stesso il significato – i nostri desideri e con essi le nostre paure infantili, il potente fantasma del divoramento.

In seguito, Pierre-Luc Granjon si è orietato verso la produzione televisiva. La casa di produzione Folimage gli ha affidato la responsabilità di una serie di 4 episodi di 26’ ambientati in un’atmosfera medievale e con personaggi ricorrenti, costituita da L’Hiver de Léon (2007, co-regia con Pascal Le Nôtre), Le Printemps de Mélie (2009), L’Eté de Boniface e L’Automne de Pougne (rispettivamente del 2011 e del 2012, con Antoine Lanciaux). La qualità della serie ha fatto sì che alcuni episodi fossero anche programmati nelle sale cinematografiche.

Dopo una residenza di scrittura all’Abbaye de Fontevraud, Pierre-Luc Granjon ha ripreso il filo del suo lavoro di autore. Prima di un lungometraggio, verso cui lo porta inesorabilmente il suo itinerario di regista dotato di un autentico progetto cinematografico, ha attualmente in preparazione un cortometraggio, La Grosse Bête, che, sarà un caso, riprende le cose dove Le Loup blanc le aveva lasciate: “In un reame, si racconta che ci sia una grande bestia che viene a mangiare la gente quando meno se lo aspetta. Quindi basta aspettarsi di essere mangiati per non esserlo, dice qualcuno. Buona idea ma difficile da applicare. Allora, per evitare di dimenticarsi del pericolo, la gente arriva a creare la bestia contro cui voleva lottare".»

Xavier Kawa-Topor, dal catalogo di La Rochelle International Film Festival