

Sam Baily, dopo aver perso il lavoro di custode nel museo cittadino, perde la testa e decide di andare a protestare dalla direttrice armato di un fucile. Accidentalmente gli parte un colpo che ferisce il suo collega Cliff e Baily, preso dal panico, decide di prendere in ostaggio la direttrice del museo insieme a una classe di bambini. A loro si unisce Max Brackett, un giornalista che vuole sfruttare il caso umano di Baily per ritornare al successo. A poco a poco tra i due si stabilisce un rapporto di solidarietà; mentre il giornalista utilizza la sua capacità di sfruttare i mezzi di informazione per cambiare l’opinione del pubblico nei confronti del sequestratore, sulla vicenda convergono gli interessi di tutte le reti televisive facendo in breve precipitare la situazione.
«Di fronte a film come Mad City è facile avere la sensazione di già visto perché tanto per cambiare mette sotto accusa la protervia dei moderni mass media. E indubbiamente il telereporter Dustin Hoffman, pronto ad approfittare dello sfortunato colpo di testa della guardia giurata John Travolta, è un lontano epigone di Kirk Douglas, il giornalista che nell’ormai classico Asso nella manica di Billy Wilder. Da allora il tema è stato ripreso a Hollywood un tale numero di volte che solo a elencare i titoli non basterebbe lo spazio: cosicché ad alcuni è venuto spontaneo chiedersi si sentiva l’esigenza di un’altra pellicola del genere. Tuttavia, il nostro consiglio è di non sottovalutare Mad City. Nell’impeccabile regia di Costa-Gavras è un film di qualità brechtiana per la chiarezza con cui smonta e rimonta i meccanismi mistificatori della notizia; e un altro pregio è di evidenziare attraverso il contorno (i giovani dirigenti squaletti del network, la praticante finta ingenua e carognona, la disponibilità di chiunque ad apparire o per soldi o per vanità davanti alla telecamera), il fatto che ormai non si tratta di dare la colpa a questo o a quello: sul banco degli imputati nell’attuale civiltà dell’informazione-spettacolo sediamo, ahinoi, un po’ tutti.»
(Alessandra Levantesi, La Stampa, 6 febbraio 1998)