Simenon e il cinema

Maurice Pialat ha affermato che la maniera più efficace di trarre dei film dalle opere di Simenon è prenderne i dialoghi nudi e crudi, farli imparare a memoria agli attori e dire "Azione!", aggiungendo che lo scrittore stesso, per la scansione "cinematografica" dei suoi romanzi, "est notre meilleur cinéaste".

Georges Simenon, l'"uomo dai quattrocento romanzi" (un centinaio circa di Maigret, un centinaio circa di non-Maigret, il resto opere pubblicate con i più disparati pseudonimi) gode della fama di scrittore di lingua francese più adattato al cinema. È stato, inoltre, il primo autore contemporaneo a essere "preso di mira" dal cinema sonoro. Già verso la fine del 1931, i romanzi ancora freschi di stampa presso l'editore Fayard, fu avviata la lavorazione di ben tre "Maigret", La nuit du carrefour, Le chien jaune e La tête d'un homme. Un esordio che più prestigioso non si può: La nuit du carrefour (l'unico "Simenon" cinematografico adattato dal suo stesso autore, tra l'altro), fu diretto da Jean Renoir, amicissimo di Simenon. Questi tre film furono seguiti da molti altri, fino ad arrivare, a tutt'oggi, a un totale di 15 Maigret e 44 non-Maigret.
Molti registi, da Henri Decoin a Jean Delannoy, da Marcel Carné a Henri Verneuil, da Pierre Granier-Deferre a Claude Chabrol, da Jean-Pierre Melville a Bertrand Tavernier (per non parlare degli interpreti: uno per tutti Jean Gabin, autentica maschera simenoniana sia come Maigret sia come "non-Maigret") hanno trovato nei suoi romanzi una fonte inesauribile di ispirazione, sapendo rendere, nei casi più felici, se non la trama e i luoghi, sicuramente l'"essenza" dei personaggi, certe atmosfere e quel senso di amara ironia e di ineluttabilità del destino comune a tutte le opere dello scrittore.

Forse la maggior parte delle opere di Simenon è fin “troppo” cinematografica, ha già in sé tanti elementi che appartengono alla struttura della costruzione filmica. Leggere i racconti dello scrittore belga significa, in pratica, entrare in un congegno narrativo e in una maniera letteraria che mettono il lettore nella condizione di “dipendere” dal testo che ha tra le mani come se fosse davanti ad uno schermo, come se fosse coinvolto in una rappresentazione che le parole “dipingono” davanti ai suoi occhi. Poche frasi sono sufficienti per ambientare chi legge, poche ma incisive immagini rendono sensibili le variazioni della realtà. Come questa: “Un largo fascio di luce, vibrante di un finissimo pulviscolo, attraversò la camera e parve svelare all’improvviso la vita intima dell’aria” (Maigret e l’affittacamere, Adelphi 2002, p. 33). Ma ce ne sono a migliaia disseminate nei suoi libri che, con pochi tratti, restituiscono alla vista fenomeni semplici, ma capaci di condurre il racconto e di dargli, per così dire, il tono.

Leggendo i romanzi dello scrittore belga si percepisce quindi un che di cinematografico. Non è un caso che il cinema si sia tanto interessato a lui. Eppure, i rapporti tra Simenon e l’industria cinematografica sono stati quasi sempre tempestosi; alla fine, a parte i soldi che poteva ricavarne, non sembra che gliene importasse molto della settima arte. Ma la sua opera è uno scrigno ancora tutto da scoprire e non nascondiamo la nostra attesa, per il film che Béla Tarr girerà da L’uomo di Londra.