Kira Muratova, l’eterno ritorno

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Indomabile, singolare, in continua reinvenzione di sé stessa, Kira Muratova risulta tra le cineaste che più hanno lasciato il segno nel cinema sovietico della seconda metà del XX secolo.

di Eugénie Zvonkine

Ricercatrice, storica e critica cinematografica, specialista del cinema sovietico, russo e ucraino. Dal 2009 è docente di Cinema e studi audiovisivi presso l’Università di Paris VIII.

Questo è un estratto dal Catalogo Generale BFM 41, disponibile anche in .pdf nel nostro Shop

Nata nel 1934 da padre russo e madre rumena, Kira Korotkova (questo il cognome di nascita) ha studiato all’Istituto di cinema sovietico, il VGIK, poi si è stabilita a Odessa, in Ucraina, dove ha seguito il primo marito, l’ucraino Aleksandr Muratov. Dopo un mediometraggio e un lungometraggio realizzati insieme a lui (U krutogo yara [By the Steep Ravine, t.l. Sull’orlo del burrone scosceso] nel 1961 e Nash chestnyy khleb [Nostro pane onesto] nel 1964), in cui il suo stile appare solo in forma di timida promessa, una volta separatasi, arrivano i primi film diretti da lei sola. Fin dal primo lungometraggio, Korotkie vstrechi (Brevi incontri, 1967), si impone nel panorama del cinema sovietico per la sua libertà di tono e per le sue scelte narrative e formali che fanno implodere la norma del cinema sovietico del tempo: la narrazione viene decostruita attraverso una serie di flashback, e la regista dimostra una predilezione marcata per il décadrage, che le viene prontamente rimproverata. È solo l’inizio dei suoi guai con la censura: tra il 1967 e il 1986 (anno di avvio della perestrojka), sarà tra i cineasti più censurati in Unione Sovietica. Dolgie provody (Lunghi addii, 1971), il suo film successivo, ottiene dapprima l’autorizzazione alla diffusione, ma viene ritirato all’ultimo momento in seguito a una proiezione disastrosa in un circolo operaio.  I due film diventeranno “film da scaffale”, destinati all’invisibilità per lunghi anni. 

I melodrammi di provincia

Brevi incontri e Lunghi addii costituiscono una sorta di dittico che la stessa regista chiamerà poi, con dolce ironia, i suoi “melodrammi di provincia”. Entrambi incentrati su storie intimiste (due donne amano lo stesso uomo, una madre ama il figlio di un amore soffocante), fanno apparire, in controluce, l’immagine di un’Unione Sovietica malinconica, ben rappresentata dalla dacia fuori dal tempo in cui madre e figlio si recano all’inizio di Lunghi addii.  

Nel contempo, Kira Muratova propone un cinema della soggettività: l’uomo di Brevi incontri esiste solo nello sguardo e nei ricordi delle due donne innamorate di lui, le cui visioni (del mondo) si confrontano in diversi momenti del film. In questi due primi lavori, una quantità di personaggi secondari incrocia il percorso dei protagonisti. A ciascuno è riconosciuto il suo momento di umanità in cui lo spettatore si lascia commuovere dalla sua storia, come il vecchio che vaneggia nel caffè di Brevi incontri, ma che ha vissuto un dramma insormontabile, o la giovane Zina per la quale Muratova sospende la narrazione, così da permetterle di raccontarsi in un lungo monologo. Questo sguardo umanista e pieno di dolcezza viene a contraddire l’incomunicabilità, che fin dall’inizio si pone come una delle tematiche dell’opera di Muratova.

Una storia a intermittenze 

Tra un film e l’altro, la cineasta dovrà attendere a lungo; molti suoi progetti non verranno portati a termine. Per tre anni, tra Brevi incontri e Lunghi addii, combatterà invano nel tentativo di realizzare Vnimatel’no smotrite sny (t.l. Osservate attentamente i sogni), forse uno dei suoi progetti più personali del periodo sovietico. Dopo Lunghi addii cerca di adattare Knyazhna Meri (t.l. La principessa Mary), un capitolo di Un eroe del nostro tempo di Michail Lermontov, di nuovo senza successo, perché il progetto di adattamento, ritenuto troppo disturbante e troppo “contemporaneo” per un film in costume, viene interrotto allo stadio delle riprese di prova.

Questi film mai realizzati e i ripetuti conflitti con il Goskino, l’ente preposto alla produzione, alla distribuzione e alla censura dei film in URSS, lascia un doppio segno sulla cineasta: da un lato il suo rapporto con i poteri si fa sempre più teso, dall’altro il suo stile evolve verso una sempre maggiore libertà e radicalità estetica.

(continua)

Il volume

BFM 41 – 2023

BFM 2023— Omaggio a Kira Muratova