Un cineasta della domenica

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All’uscita di Pauline à la plage nel 1983, Éric Rohmer dichiara alla stampa:
«Come tutti quelli che vengono dai “Cahiers du cinéma”, io sono un cineasta della domenica».

Gabriela Trujillo, scrittrice, saggista e storica del cinema, ha lavorato a lungo alla Cinémathèque française, ha diretto la Cinémathèque de Grenoble e il suo festival di cortometraggi. Ora si dedica alla scrittura e all’insegnamento.

Questo è un estratto del saggio di Gabriela Trujillo della Cinémathèque française dedicato a Rohmer, tratto dal catalogo generale di BFM 43

All’uscita di Pauline à la plage nel 1983, Éric Rohmer dichiara alla stampa: «Come tutti quelli che vengono dai “Cahiers du cinéma”, io sono un cineasta della domenica». L’affermazione sembra una battuta: eppure è esatta, considerando che i critici detti “Giovani turchi”, di cui fece parte ai suoi esordi ai «Cahiers», hanno voluto difendere il cinema in contrapposizione all’idea di un “mestiere”, mossi dal desiderio di fare film a qualunque costo, a qualunque ora domenica compresa, con furore e passione. Oggi del resto è noto che Rohmer, nato Maurice Schérer, ha condotto, per due decenni, una doppia vita, nascondendo allo sguardo della madre (mancata nel 1970) il suo tesoro più prezioso, il cinema, che esercitò con l’ardore autentico e con la pazienza di un dilettante.

Larte del fantasma

Dopo la pubblicazione del suo unico romanzo (Élisabeth, che firma col nome di Gilbert Cordier, 1946, Gallimard), Rohmer gira un adattamento di Les petites filles modèles della Contessa di Ségur, un progetto interrotto e andato smarrito; interpreta lui stesso l’eroe tormentato in due dei suoi cortometraggi, Bérénice (1954), da Edgar Poe, e La sonate à Kreutzer (1956) da Tolstoj. Dopo il fiasco del suo primo lungometraggio, il disperato e behaviorista Il segno del leone (1959), Rohmer dà l’avvio al primo dei suoi cicli, i Racconti morali (1962-1972). L’origine di quei sei film (La fornaia di Monceau, La carriera di Suzanne, La collezionista, La mia notte con Maud, Il ginocchio di Claire, L’amore il pomeriggio) risale a una serie di sue novelle inedite. In quei racconti, progressivamente, l’autore scolpisce un personaggio maschile di natura nuova, che si trova di fronte la vertigine del libero arbitrio – nel caso specifico, quello di poter scegliere tra due donne in una triangolazione dalle geometrie variabili. Lo smarrimento passeggero (la fascinazione per scintillanti apparizioni come Françoise Fabian o Zouzou) lascia il passo, grazie a un’introspezione sottile ma densa, alla ripresa di un equilibrio vitale il cui centro vuoto è, probabilmente, una certa idea della saggezza.

Il rapimento della bellezza

Il seguito della carriera di Éric Rohmer conferma una genesi letteraria di cui si nutre la sua opera nel suo complesso, sebbene la sua vera strada sia stata il cinema. Parallelamente ai primi successi di pubblico all’inizio degli anni Settanta, il regista persegue un metodo esigente, con una squadra ridotta e leale. La sua opera mantiene così quei pregi di economia e di inventiva indispensabili all’idea di “autore” di cinema difesa dai «Cahiers», rivista da lui diretta dal 1957 al 1963. Viaggiatore immobile dalla biografia poco movimentata, Rohmer intraprende tuttavia il viaggio verso le remote terre del passato, attraverso adattamenti storici che fanno emergere una Storia più sentita che decifrata. L’enigmatico Agente speciale (2004, ispirato a un fatto di cronaca) occupa un posto a parte nella volontà di ricostruzione, dal momento che alterna sequenze documentarie degli anni Trenta con un racconto di spionaggio. Gli adattamenti storici più sontuosi restano comunque La Marchesa von… (1976, da Heinrich von Kleist) e Il fuorilegge (1978, da Chrétien de Troyes, che Rohmer stesso traspone in versi). Rohmer costruisce uno spazio carnale e poetico complice il suo direttore della fotografia Néstor Almendros, a sua volta autore, secondo il cineasta, di una «verosimiglianza della luce». Le molteplici tinte di questi film, che vanno dal cobalto al coscia di ninfa turbata, accarezzano i sussulti di tutte le epoche che il cinema ha la potenza di evocare. La nobildonna e il duca (2001, dalle memorie di Grace Elliott) e Gli amori di Astrea e Céladon (2007, da Honoré d’Urfé) prolungano, negli ultimi anni, l’imperativo rohmeriano di un’immutabile bellezza.

Il regno delle donne

Dal critico André Bazin, Éric Rohmer eredita l’amore per l’aspetto meccanico della registrazione cinematografica, la sua impronta implacabile. Il secondo ciclo, che segue uno schema precostituito, è quello di Commedie e proverbi (1981-1987): La moglie dell’aviatoreIl bel matrimonioPauline alla spiaggiaLe notti della luna pienaIl raggio verdeL’amico della mia amica. Se si rileva in questo ciclo un cambiamento di segno, è che il regista soccombe alla potenza delle sue attrici. La costellazione rohmeriana si arricchisce di eroine nuove e memorabili. Marie Rivière, Anne-Laure Meury, Béatrice Romand, Arielle Dombasle, Amanda Langlet, Pascale Ogier, Rosette, Emmanuelle Chaulet e Sophie Renoir (in ordine di apparizione) non solo illustrano, ognuna a suo modo, delle citazioni («Venga il tempo in cui i cuori s’innamorano» di Rimbaud) o dei luoghi comuni («Chi ha due donne perde l’anima, chi ha due case perde il senno»), ma diventano i diversi volti di uno slancio poetico e filosofico del cinema, mettendo a nudo il metodo di lavoro di Rohmer. Il cineasta scrive i dialoghi dei suoi film dopo un’osservazione attenta e astuta del corpo e dei gesti dei suoi attori, così come delle loro dizioni variopinte. Le protagoniste diventano le eroine impetuose e appassionate che conducono, a dispetto delle loro furiose contraddizioni, una vera e propria crociata della felicità.

(continua)

Il volume

Éric Rohmer sul Catalogo generale BFM 43

BFM 2024— Retrospettiva Éric Rohmer